ASCENSORE
17 maggio 2026
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VANGELO
Dagli Atti degli Apostoli – Gesù si mostrò ai discepoli vivo, dopo la sua passione, con molte prove, per quaranta giorni, parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Perché state a guardare il cielo? Gesù, che è stato assunto in cielo, ritornerà allo stesso modo in cui l’avete visto andare»
Dal Vangelo secondo Matteo – In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
RIFLESSIONE
Se tutto procede esattamente secondo i piani, si è su un ascensore. La realtà, infatti, non rispetta mai i piani.
Come del resto, l’unico posto dove tutto è rose e fiori è il cimitero. La quotidianità è fatta di variabili e di tensioni.
Dio lo sa bene. Pensare a Gesù che sale in cielo ci dice che la fede è stare non con la testa sulle nuvole, ma con i piedi per terra. L’angelo ammonisce: “cosa guardate in aria?”.
La risurrezione non è una “restituzione alla” vita, ma è una “re-istituzione della” vita, una istituzione nuova; non è rivitalizzazione, ma è nuova nascita; non è solo ripresa/rinnovamento, ma è rigenerazione.
Dio ci fa abitare il cielo per renderci protagonisti della terra.
Gesù è assunto in cielo perché noi assumiamo il cielo come prospettiva, come traguardo, come bussola.
Il credente non è uno che vede Dio, ma uno che vede in modo diverso la realtà in cui vive.
Il credente non è un veggente che guarda in aria, ma è uno che guarda dove mette i piedi.
Quante volte noi diciamo che la nostra fede è “rotta”. Voglia di pregare? Rotta. Voglia di andare a Messa? Rotta. Fiducia in Dio? Rotta. Convinzione sulle verità? Rotta. A volte persino la speranza è rotta.
Se chiedessimo a Dio come deve essere la fede, lui cosa risponderebbe? Sicuramente direbbe: “Rotta!”.
Ma come è possibile? Come può Dio volere una fede rotta?
Ci sorride, apre il vocabolario di italiano e fa scorrere il dito mostrandoci che “rotta” è voce del verbo “rompersi” (participio passato reso aggettivo) ma può essere anche sostantivo “la rotta”, la via verso un orizzonte più vasto; la rotta dà sicurezza di non perdersi e forza di andare avanti; la rotta è scia di un cammino che fatto, faticato, conquistato.
Gesù ascende in cielo, segnando la rotta per noi, in modo che noi possiamo trovare un ascensore per puntare alto nella qualità di ciò che siamo e che facciamo, ma anche di ciò che desideriamo e che condividiamo.
Di estrema attualità è un pensiero del filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1855) che denuncia: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette al microfono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”.
Il cuoco al comando, il megafono con notizie superficiali, il disinteresse per la rotta rispetto al bisogno immediato, il cabotaggio mediocre in acque basse, sono elementi che pongono domande alla nostra coscienza sul rischio di un pervasivo abbassamento di livello.
È vero, la vita non va mai secondo i piani (come l’ascensore).
La fede non è una bacchetta magica che risolve tutto, ma è la volontà di andare su, di alzare il livello delle attese, di sollevarsi dalle piccolezze, di puntare alto. È ascensione. La fede è la capacità di vedere le cose dal cielo, come Dio. Dal basso si nota bene ogni cosa rotta, rovinata, spezzata. Dall’alto si scorge “la rotta” per una “re-istituzione” della vita, cioè per una ascensione al cielo tenendo i piedi per terra.
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CELEBRAZIONE DELLA MESSA
Sabato – ore 18
Domenica – ore 10 e 18