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Lasciarci la pelle

LASCIARCI LA PELLE
29 marzo 2026 – Domenica delle Palme

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RIFLESSIONE COME INTRODUZIONE ALLA LETTURA DELLA PASSIONE DI GESÙ

Gesù ci lascia la pelle. Muore per noi.

Se a Dio per amarci è costata la “sua” pelle vuol dire che per lui siamo davvero importanti.

Dire che Gesù “ci lascia la pelle” ha però un altro significato: lascia a noi (“ci lascia”) la “nostra” pelle. Due doni da capire.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare che la pelle è l’organo più grande del corpo umano (2 mq). Quanto è bello quando pelle incontra pelle in un abbraccio o in una carezza. Quanto è brutto invece quando la pelle è sporca o è segnata da ferite o deve assorbire i lividi.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare che la pelle è fatta per essere accarezzata, baciata, abbracciata, sfiorata… mai picchiata, bastonata, accoltellata.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare quanto sia necessario curare la pelle, perché custodisce i segreti della vita: la pelle delicata dei neonati pian piano si irruvidisce e si indurisce per esperienze, delusioni, fatiche. Tutte le pagine del Vangelo e ancor più quelle della passione mostrano che l’importante non è essere perfetti, ma autentici.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare che la pelle è come l’alfabeto brail dei non vedenti, c’è scritta tutta la nostra storia che si può leggere solo col tatto: le rughe sono righe su cui scrivere scelte, valori, errori; le borse sotto gli occhi sono casseforti di lacrime segrete; i calli sono ricerca ostinata di bene per sé e per gli altri; le cicatrici sono le medaglie delle anime più forti.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare quanto sia necessario essere comprensivi. Se si mangia troppo la pelle della pancia si allarga, ma non si strappa, perché sa che non si può resistere alle tentazioni. Oppure la pelle d’oca dà risonanza alle emozioni. Invece si tende a vendere cara la pelle e al posto di diventare amici per la pelle, abbiamo sempre i nervi a fior di pelle.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare che la pelle cerca sempre di cicatrizzarsi e di rigenerarsi.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare quante volte la testa non sa ancora quello che si sente a pelle. Invece che farsi trascinare in basso dai pensieri della mente, sarebbe utile lasciarsi portare in alto dalle sensazioni a pelle.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare che la pelle ci consegna la nostra identità preziosa, irripetibile, con le sue caratteristiche di colore, odore, rugosità. Lo dimostrano elementi unici come le impronte digitali.

Gesù ci lascia la pelle – sua e nostra – facendoci pensare ad uno stile relazionale di qualità da cui imparare molto: la pelle è permeabile dall’interno verso l’esterno per consentire a quanto c’è dentro di uscire (es. la sudorazione) ma è impermeabile dall’esterno verso l’interno per impedire l’accesso alla qualunque. Si difende, si tutela.

Gesù ci lascia la pelle. Non gli viene strappata via la pelle. Credono di fargli la pelle, ma è lui che la dona.

Impariamo da lui a stare bene ciascuno nella propria pelle, ad affrontare e accettare chi o cosa a pelle non piace e soprattutto a non stare più nella pelle dalla voglia di risorgere.

PASSIONE DI GESÙ DAL VANGELO SECONDO MATTEO

In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

 

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CELEBRAZIONE DELLA MESSA

LE PALME

Sabato – ore 18

Domenica – ore 10 e 18

GIOVEDÌ SANTO

memoria dell’ultima cena di Gesù – ore 20.45

VENERDÌ SANTO

memoria della morte di Gesù – ore 15

SABATO SANTO

veglia pasquale – ore 21.30